DIFESA PERSONALE DONNA

Combattere è il modo più onesto per esprimere se stessi.

Il progetto DPD nasce dalla consapevolezza che nei confronti delle donne si manifesta una particolare aggressività da specifici soggetti maschili che si concretizza in quanto l’aggressore considera la sua vittima inferiore fisicamente attribbuendogli anche una presunta inferiorità psicologica. In alcuni casi è addirittura la donna oggetto di aggressione che si percepisce come inferiore al suo assalitore. Questo fa si che, in molti casi di aggressione, la donna ceda al suo assalitore rassegnandosi al suo ruolo di vittima. Ovviamente in molti altri casi c’è, invece, una reazione allo spasimo che non sortisce effetto per la mancanza di dimestichezza con la lotta e la difesa fisica.

Ecco perché un programma che tenda a fornire le donne di strumenti più efficaci per questo tipo di situazione deve necessariamente prevedere un percorso psicologico per raggiungere una maggiore autostima ed una rinnovata tenacia nel contrastare relazionalmente l’aggressione ma non può prescindere da una fase di apprendimento di difesa fisica che completi il quadro di protezione della propria incolumità.

La filosofia del progetto “DPD” prevede, quindi, un percorso introduttivo a temi di psicologia differenziale dei sessi, di psicologia e biologia dell’aggressività, di dinamica delle situazioni conflittuali, di comunicazione non verbale, di mimica, di atteggiamento e di gestualità, di analisi del contesto. Tale percorso prevede una fase didattica ed una discorsiva dove le partecipanti  analizzano fatti di cronaca o eventuali esperienze personali.

La prima fase del progetto si intreccia con la sezione di addestramento fisico dove alle suddette tematiche viene abbinato un addestramento gestuale e tecnico sportivo dando all’intero processo di apprendimento l’obiettivo di modificare atteggiamento mentale ed azione fisica.

Dal punto di vista meramente fisico c’è un’effettiva asimmetria della donna nei confronti di un aggressore che è spesso più forte ed è comunque incline alla violenza. Spesso l’aggressore ha scelto la vittima, ha valutato l’attacco più conveniente a lui ed ha scelto il luogo ed il tempo più adatto. La vittima, se non ha possibilità di sottrarsi, fosse anche con la sola fuga, deve comportarsi avendo forte consapevolezza che comunque può essere potenzialmente pericolosa per il suo aggressore.

Tendenzialmente le donne sono più piccole e più deboli degli uomini, meno avvezze ad esprimere la loro aggressività ma non sono né deboli in assoluto né prive di aggressività. Sono, probabilmente, meno forti e più vulnerabili degli uomini ma dispongono di risorse aggressive sufficienti a scoraggiare e demotivare un potenziale aggressore. Tecnicamente, qualunque essere umano adulto è in grado di ucciderne un altro a mani nude. Il limite sta spesso nelle intenzioni e nelle motivazioni, non nello strumento. A volte la sorpresa generata da gesti di difesa decisi, tecnicamente competenti  ed esplosivi nell’esecuzione può essere determinante e risolutiva per un aggressore che, inaspettatamente, si trova nel ruolo di aggredito.

Una statistica pubblicata negli Stati Uniti nel 1981 dalla Commissione nazionale per la prevenzione della violenza sessuale ha rivelato che l’80% delle donne che hanno reagito all’aggressione era riuscito a sottrarsene.          

Il percorso di apprendimento di tecniche specifiche non prevede lo studio di una specifica arte marziale ma l’apprendimento di un insieme armonico di poche tecniche, sicure ed efficaci che riescano a consentire alla vittima una risposta fulminea, esplosiva ed istintuale. La reazione nasce nel corpo e non parte dalla mente.

Nella fase di aggressione fisica la reazione non deve mai essere emotiva, a meno che non si tratti di una manovra diversiva o sia esso stesso una strategia dissuasiva.

La strategia portante di una difesa efficace, tuttavia, deve prevedere il tentativo di dissuasione preventiva come prima azione e non la neutralizzazione fisica dell’aggressore.  In un contesto che può sembrare paradossale, lo studio di tecniche di combattimento fisico ha come fine il tentativo di non doverle mai usare. Solo in presenza del fallimento delle eventuali possibilità di fuga ed in subordine delle tecniche di dissuasione vanno messe in atto  nel tentativo di sventare il passaggio all’aggressione fisica vera e propria.

Principio fondamentale dell’autodifesa è sconvolgere il paradigma che vede chiari i ruoli di vittima ed aggressore. La presunzione che la vittima, in quanto tale, non reagirà all’aggressione è uno degli assunti che va immediatamente smontato in quanto l’aggressore spesso si manifesta solo in presenza di una potenziale vittima. Pertanto i comportamenti della donna oggetto di aggressione devono disconfermare immediatamente questo assunto.

La difesa ha più efficacia se l’aggressore verifica la possibilità di avere seri danni nel mettere in pratica la sua azione. Tali situazioni si determinano anche comunicando all’aggressore quali sono eventuali passaggi con i quali si potrà risalire alla sua identità. Egli deve percepire che quella che lui considerava vittima passiva si sta immediatamente organizzando per rilevare tutti gli elementi che potranno poi inchiodarlo alle sue responsabilità.  Evidenziare la presenza di telecamere, l’eventuale arrivo di altre persone ecc. come rischio per l’aggressore. Con convinzione e con gestualità adeguata indicare all’aggressore limiti e confini da non valicare, superati i quali la reazione può essere non solo quella successiva giudiziaria ma anche fisica ed immediata possono essere situazioni efficaci di prevenzione.

Lo stereotipo della donna debole e non aggressiva è un prodotto culturale, non un dato biologico. L’inferiorità psicofisica delle donne è una mistificazione culturale utilizzata per legittimare la discriminazione tra i sessi e per consentire alla donna, in alcuni contesti, una strumentalizzazione ai fini del raggiungimento di obiettivi sociali e protezione.